l’Italia digitale


Il 2015 è un flop. E il 2016 un’incognita

Sono ormai 10 anni che risentiamo le stesse parole e leggiamo gli stessi rapporti ogni anno. L’Italia sembra non voler capire, non voler ascoltare, nessuna progresso, stasi e inerzia sul fronte del Digital

L’effetto della spinta sul Digital Single Market non si vede ancora, le PMI sono ancora fortemente in ritardo e ci sono aree in cui il digitale non è ancora una leva di crescita. L’Italia fa timidi progressi, ma le politiche e i programmi in atto non sembrano ancora sufficienti per guardare ad un recupero tangibile già nel 2016

La mancanza di una politica strategica europea che spinga efficacemente su diffusione, riequilibrio,  supporto e knowledge management è un’altra delle chiavi principali per l’analisi di questo stato di sostanziale “galleggiamento”.

La situazione dell’Italia

Rimane ancora molto alta (28%) la percentuale di chi non ha mai usato Internet. Con una forbice significativa tra le regioni: ad esempio per chi utilizza regolarmente Internet la differenza tra i valori minimi e massimi (la Sicilia da una parte e la provincia di Trento dall’altra)

Non ci sono progressi sull’utilizzo dei servizi di e-government (tra gli utenti di internet la percentuale rimane al 18% contro una media europea del 32%), e neppure in modo significativo sull’utilizzo del digitale da parte delle imprese, dove la posizione delle PMI italiane rimane tra le più basse.

In particolare, guardando in prospettiva al 2016 rispetto agli indicatori su cui l’Italia è in maggior ritardo, la situazione può essere così sintetizzata:

  • sulle infrastrutture digitali (banda ultralarga) e sulle infrastrutture di servizi (Spid, PagoPa, Anpr, nel quadro di Italia Login); ritroviamo enunciati, dichiarazioni di intenti ma nulla di fattivo nè realizzato;
  • sul fronte delle pubbliche amministrazioni rimane il tema della regia complessiva di accompagnamento in un percorso di cambiamento difficile non tanto dal punto di vista tecnologico (anche), ma quanto da quelli della riorganizzazione dei processi, dell’attuazione dei principi dell’open government (trasparenza, partecipazione e collaborazione, accountability) e quindi della lotta senza tolleranza alla corruzione, all’eccesso burocratico, alla logica gerarchica, senza i quali non è possibile nessuna innovazione;
  • sul fronte delle imprese, manca ancora una politica industriale per la crescita digitale. Una spinta potrebbe essere data dall’annunciata (ancora) strategia per Industria 4.0, ma il ritardo sul fronte delle “smart city”, sulle tecnologie correlate e in generale sull’evoluzione dei territori pesa come un masso sul percorso di crescita;
  • sul fronte delle competenze digitali si rileva il positivo varo del Piano Nazionale Scuola  del consolidamento dell’iniziativa della Coalizione italiana per le Competenze Digitali promossa da AgID Agenzia per l’Italia Digitale“, che, se correlate efficacemente tra loro e con le programmazioni regionali, possono contribuire in modo significativo a produrre il necessario salto di qualità. Ci vuole però, da parte del governo e della politica, una maggiore attenzione e una maggiore consapevolezza che il problema delle competenze è il nodo centrale su cui si misura la capacità di crescita di un Paese.

Possiamo riassumere che come è spesso accaduto nel nostro paese “Tutto cambia affinchè Nulla cambi

 

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